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Introduzione
La figura e le opere di J.R.R. Tolkien sono sempre risultate controverse, o perché ritenuto un semplice scrittore di storie per bambini, o per questioni politiche, legandolo ora alla destra cattolica conservatrice, ora a frange rivoluzionarie, per il suo anticonformismo in ambito accademico.
Ciò che a noi preme, invece, è di approfondire l’originale visione del mondo di un uomo dalle altissime ambizioni culturali e professionali e come, dalle sue opere, emerga una vita di fede profondissima e libera dai condizionamenti del suo tempo.
L’analisi delle tre opere principali del professore di Oxford e, in particolare, del Signore degli Anelli, ci rivela la possibilità di intraprendere, con la lettura di queste opere, un pellegrinaggio in un mondo immaginario, ma non per questo irreale, che ci concede la grazia, non di una fuga dalla realtà, ma di un’evasione nella fantasia dove possiamo imparare a capirci e a trovare la via da percorre, nel nostro mondo, verso la salvezza.
L’approfondimento dei protagonisti delle sue storie ci permette ancora una lettura di queste figure che contribuiscono allo svelamento delle verità cristiane racchiuse nel mistero di Cristo.
Il profondo senso di nostalgia dell’eterno che queste figure ci trasmettono ci predispongono al trascendente, mentre il loro ritorno a casa, nella Contea degli Hobbit, fornisce la concretezza del dover spendere quanto imparato.
Tolkien vive due guerre mondiali; la nascita e solo l’inizio della fine dei regimi totalitari; il concilio Vaticano II; cambiamenti radicali della società: nell’economia, nella cultura e nella religiosità inglese, del suo punto di vista, mai positivi. Tuttavia, è capace di scrivere senza voler esprimere un giudizio con le sue opere e senza una loro valenza allegorica. Al contrario, se lascia che la speranza – che viene dalla sua fede – trasudi dai suoi scritti, lo fa in modo così delicato e raffinato da lasciare il lettore libero di non vedere. Per questo il Signore degli Anelli piace a tutti: parla a tutti, ma ad ognuno così come è in grado di recepirlo.
L’intento originale del professore era quello di donare all’Inghilterra un complesso di racconti mitologici che potessero colmare la mancanza del suo paese di proprie radici religiose e culturali. Certo una vera ed ingenua utopia. Ma certamente, nel mondo da lui creato, è filtrata tutta la religiosità del suo creatore ed in ogni pagina, ogni collina, foresta e farfalla descritta vibra la presenza del vero Creatore.
Deve essere stato un dolore per Tolkien apprendere che i fanatici delle rivoluzioni del ’68 avevano fatto delle sue opere la loro bibbia atea. Ma questo ci dice quanta forza trasmettano i suoi scritti.
Qui se ne propone una lettura volta alla scoperta – nella Terra di Mezzo – della presenza di Gesù. Avendo, Dio, creato tutte le cose per mezzo suo, coerentemente con la concezione del fantastico di Tolkien, si vedrà che anche il Mondo Secondario da lui sub-creato, rivela in se stesso la presenza del vero Creatore e che anche ogni personaggio diviene immagine dell’unico Dio che solo in Gesù, bel verbo fatto carne, pienamente si rivela.
Una cristologia corale
Tria munera
Da quanto già detto emerge quanto la fede di Tolkien traspaia dalle sue opere, tuttavia, per iniziare ad analizzare gli elementi della cristologia che emergono dalle sue opere possiamo andare alla ricerca di quelli che possiamo chiamare, con la teologia cristiana, i tria munera: sacerdotale, profetico e regale. In particolare in LOTR, possiamo riscontrare i tre doni in tre protagonisti, tre dei componenti della Compagnia.
Nella Terra di Mezzo si deve tenere conto che non esiste la figura di un unico Salvatore, ma che il Cristo è un Cristo che può essere definito corale. Diverse «creature», collaborando, perseguendo la loro strada e mettendo a frutto i doni ricevuti, contribuiscono a realizzare la Salvezza della Terra.
Così i tria munera sono donati a tutti coloro che sono i «personaggi» della storia narrata e tuttavia emergono in modo eminente in alcuni di loro.
Frodo
Il munus sacerdotale è affidato, prima che a ogni altro, a Frodo, colui che diviene il vero «Portatore» dell’Anello e che «vincerà» sul nemico e liberando la Terra di Mezzo dal suo «peccato originale». Prendere il fardello dell’anello significa decidere di portare, di caricare su di sé i peccati commessi prima che lui stesso venisse al mondo, da persone anche di altre razze, che hanno ceduto all’inganno di Sauron.
Egli se ne fa carico, percorre il suo calvario offrendo la sua vita, via via più consapevolmente, fino ad accettare la morte per liberare il mondo da quel peso. Quando eredita l’anello che era stato di Bilbo Frodo dice: «non posso conservare l’anello e rimanere qui, dovrei lasciare la contea abbandonare tutto e partire. E suppongo che dovrò partire solo per compiere questa impresa e salvare la contea».
Lasciare, abbandonare tutto per salvare.
Elrond, al Consiglio che si terrà a Gran Burrone, dice a Frodo, dopo che lui di sua spontanea libertà accetterà di diventare il «Portatore»: «è un fardello assai pesante. Così pesante che nessuno potrebbe caricarne le spalle di qualcun altro. Io non lo carico sulle tue spalle. Se, tuttavia, lo prendi di tua propria scelta, dirò che la tua scelta è giusta».24
Frodo percorre la sua personale via crucis fino a scalare il Calvario. Qui patisce l’ultima tentazione e come chi aveva portato nel cuore del Monte Fato l’anello prima di lui, fallisce.
Un tradimento? Un fallimento?
Bisogna interpretare bene il progetto e l’opera di Tolkien per non fraintendere il significato dell’«eucatastrofe» finale, così come accade.
Frodo non è il Cristo, non è il Figlio di Dio venuto a salvare la Terra. Lui è uno fra i tanti ai quali è chiesto di farsi carico di questa impresa salvifica. E non è neppure l’eroe medievale, tragico, per quanto rischi di diventarlo, come Isildur prima di lui, cedendo al potere dell’Anello, volendo diventare l’Eroe e il Padrone. Frodo fallisce perché, dopo aver convissuto per tanto tempo l’anello, non potrebbe fare diversamente: ne è divenuto schiavo. Ma fallisce anche per un altro motivo: l’umiltà del suo fallimento è la porta di ingresso del finale eucatastrofico. Così Frodo fallisce per ricordarci che l’uomo non può salvarsi da solo. Egli, con tutte le sue forze può contribuire a realizzare il disegno di salvezza di Dio, che solo è e rimane l’unico che salva. L’uomo è salvato da Dio. La sua divina provvidenza interviene là dove l’uomo ha fatto tutto ciò che era in suo potere e oltre il quale umanamente non può andare. «Tutto che possiamo decidere – dirà Gandalf a Frodo – è come disporre del tempo che ci è dato». Così cade Gollum, distruggendo l’anello, lui che è ancora vivo per un atto di pietà esercitato nei suoi confronti prima da Bilbo, ma poi, supremamente, da Frodo, che ne capisce la sofferenza e la schiavitù alla quale è condannato essendosi fatto lui carico, liberamente e in modo pienamente consapevole, del male che aveva pervertito il «povero Smeagol». Frodo nel suo viaggio sviluppa pienamente la figura dell’anti-eroe, maturando pietà e misericordia per chi rappresenta l’azione dell’anello, per chi è divenuto l’immagine perversa e terribile del degrado compiuto dal peccato.
Lo stesso R. riprende il tema in una lettera scritta in circostanze molto particolari che riportiamo in parte:
La Ricerca era destinata a fallire in quanto parte del piano per la salvezza del mondo, ed era anche destinata a finire disastrosamente in quanto storia del percorso del goffo Frodo verso la nobilitazione, la sua santificazione. Sarebbe fallita se il solo Frodo fosse stato coinvolto. Lui «tradì», e io ho ricevuto una lettera feroce, che diceva che avrebbe dovuto essere giustiziato come traditore e non lodato. Mi creda, non è stato che dopo aver letto questa lettera che mi sono reso conto dell’attualità di questa situazione. Eppure è scaturita molto naturalmente dalla mia trama concepita nelle sue grandi linee nel 1936. Io non avevo certo previsto che prima che il racconto fosse pubblicato saremmo entrati in un’epoca buia in cui le tecniche di tortura e di distruzione della personalità avrebbero rivaleggiato con quelle di Mordor e dell’Anello e che ci saremmo trovati di fronte al problema concreto di uomini onesti e di buona volontà costretti a diventare apostati e traditori. Ma a questo punto la salvezza del mondo e la salvezza dello stesso Frodo vengono raggiunte grazie alla sua precedente pietà e capacità di perdonare le offese.
Gandalf
Il munus profetico è affidato a Gandalf, ma anche, prima che a lui, a Saruman.
Gli stregoni infatti, sono inviati sulla Terra di Mezzo dai Varda, per guidare e controllare gli abitanti della Terra di Mezzo nella loro lotta contro le forze del male. A loro è affidato il discernimento, la capacità di sperare oltre ogni speranza, fidandosi della loro «intuizione» profetica. Saruman, che dovrebbe essere il capo degli stregoni, ha il dono, infatti, proprio della parola. La sua voce è capace di persuadere e convincere chi lo ascolta. Capacità questa, positiva, se usata nel rispetto della libertà altrui. Ma Saruman è corrotto da Sauron e il suo dono diviene un perverso strumento di dominio: egli assoggetta al proprio volere quanti lo ascoltano, confondendoli e rendendoli schiavi.
Gandalf, invece, più volte dice di suggerire soltanto la strada giusta, come fece con Bilbo o con Frodo.
Ma come sempre accade ai veri profeti, essi non sono compresi, né ben accetti. Esemplare è l’accoglienza che gli è riservata a Roan, dove il Re, Theoden, è soggiogato da Saruman, attraverso Vermilinguo.
«Ti saluto», disse, «e forse aspetti il mio benvenuto. Ma a dire il vero dubito che qui la tua venuta sia ben accolta, Messere Gandalf. Sei sempre stato messaggero di sventura. Le disgrazie ti seguono come corvi, e sempre più frequenti e più gravi. Non t’ingannerò: quando seppi che Ombromanto era tornato senza cavaliere, mi rallegrai del suo ritorno, ma ancor più dell’assenza del cavaliere; e quando Éomer ci portò la notizia che ti eri infine ritirato nella dimora eterna, non ti rimpiansi. Ma è raro che le notizie giunte da lungi corrispondano alla realtà. Eccoti di nuovo qui! E porti teco, com’era da aspettarsi, dei mali peggiori di prima. Perché dovrei darti il benvenuto, Gandalf Corvotempesta? Dimmi, perché dovrei?». Si risedette lentamente sul suo seggio.
Anche dallo stesso Saruman, Gandalf è accusato di non avere discernimento e viene schernito sarcasticamente:
« “Veramente, Gandalf il Grigio?”, disse beffardo. “In cerca d’aiuto? E’ cosa alquanto insolita che Gandalf il Grigio cerchi aiuto, uno astuto e saggio come lui, che va girando in tutti i paesi, interessandosi di qualsiasi faccenda, anche di quelle che non lo riguardano”».
Anche sire Denethor, Sovrintendente di Minas Tirith non gli riserva un benvenuto migliore:
«Salve, Sire e Sovrintendente di Minas Tirith, Denethor figlio di Ecthelion! Giungo a te in codesta ora buia con notizie e consigli». Allora il vegliardo levò lo sguardo. Pipino scorse il suo volto solcato, la fiera ossatura, la pelle simile ad avorio ed il lungo naso arcuato fra gli occhi scuri e profondi; più che Boromir, gli rammentava Aragorn. «E’ davvero buia quest’ora», disse il vecchio, «ed è in momenti come questo che tu sei solito venire, Mithrandir. Ma benché tutti i presagi annuncino che il destino di Gondor sta per compiersi, ormai per me quell’oscurità è meno cupa del mio animo.
Accuse da parte dei traditori che ci fanno capire le vere, positive doti di Gandalf.
In particolare, è sorprendente la sua capacità di leggere il ruolo che Gollum avrà in tutta la storia. Egli suggerisce a Frodo la via della pietà da usare nei confronti dell’ex-portatore dell’Anello. Ogni qualvolta che questa pietà è tradita, come spesso capita di fare a Sam che non può capire, Gollum retrocede nel suo cammino di redenzione. Anche se, probabilmente, Gollum, fin dall’inizio, non ha possibilità concrete di salvarsi, Frodo deve crederlo per sperare per se stesso. Ogni volta che si mostra comprensivo e pietoso verso Gollum, in lui riaffiora il ricordo di ciò che è stato e si dipinge sul suo volto una traccia dell’antica serenità: emerge il vecchio Smeagol, prima che questo fosse corrotto dal potere dell’Anello.
Questa via della pietà, indicata da Gandalf, sarà quella percorsa dalla divina Provvidenza per compiere l’eucatastrofe finale.
Aragorn
Il munus regale, infine è certamente quello di Aragorn.
La restaurazione del regno è il vero finale eucatastrofico di tutta l’epopea della Terza Era della Terra di Mezzo. Vediamo come evolve questa figura in LOTR.
Innanzitutto, citiamo due brevi poesie dal sapore profetico che ci parlano di Aragorn.
La prima è scritta da Gandalf nel biglietto che lascerà a Frodo alla locanda del «Puledro impennato» a Brea:
Non tutto quel ch’è oro brilla, Nè gli erranti sono perduti; Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza, Le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco, L’ombra sprigionerà una scintilla; Nuova sarà la lama ora rotta, E re quei ch’è senza corona.
Lo stesso Aragorn dice che questi versi accompagnano il suo nome. Essi sono, infatti, una descrizione della sua persona. Discendente di Numenor, anche se mortale egli gode di una lunga vita (il vecchio ch’è forte non s’aggrinza): ha, infatti, ottantasette anni quando incontra Frodo. La sua spada, Narsil, è spezzata, perché è la lama che tagliò il dito di Sauron, separandolo dall’Anello e che verrà riforgiata in Anduril.
Aragorn, discendente di Isildur, è il legitto erede al trono di Gondor, la cui capitale, Minas Tirith è governata da un Sovrintendente, Denethor che, con il suo popolo, attende il ritorno del Re.
Al consiglio di Elrond, Boromir, capitano di Gondor, figlio di Denethor, riporta sotto forma di poesia un sogno fatto sia da lui che dal fratello Faramir:
«Vedevo allora il cielo ad oriente farsi scuro, mentre rombavano i tuoni; ma da occidente, ove ancora permaneva una fioca luce, giungese una voce, remota ma chiara, che gridava:
Cerca la spada che fu rotta,
A Imladris la troverai;
I consigli della gente dotta
Più forti di Morgul avrai.
Lì un segno verrà mostrato,
indice che il Giudizio è vicino,
il Flagello d’Isildur s’è svegliato,
ed il Mezz’uomo è in cammino».
«Cerca la spada che fu rotta», ossia: cerca Aragorn. Egli ancora si aggira per la Terra di Mezzo, in esilio, facendosi chiamare Grampasso, con i cosiddetti Raminghi, ultimi discendenti di Numenor.
Aragorn non vuole abbracciare il suo destino, quello di diventare Re. Non si ritiene all’altezza, non ha fiducia nel suo sangue che già, prima di lui, aveva fallito.
Solo dopo un lungo cammino Aragorn prende coscienza di ciò che lo aspetta, fino a quella che Tolkien descrive come una epifania, di fronte a Eomer, figlio di Eomund, Terzo Maresciallo del Riddermark, nelle terre di Rohan:
Aragorn aprì il manto. La guaina elfica scintillò nelle sue mani e la brillante lama di Anduril lanciò il bagliore d’una fiamma improvvisa quando egli la sfoderò. «Elendil!: gridò. «Io sono Aragorn figlio di Arathorn, e son chiamato anche Elessar, la Gemma Elica, Dùnadan, erede di Isildur, figlio di Elendil di Gondor. Ecco la Spada che fu Rotta e che fu di nuovo forgiata! Hai tu intenzione di aiutarmi o di opporti? Scegli immediatamente».
Gimli e Legolas guardarono il loro compagno stupefatti, poiché mai lo avevano veduto in quel modo. Pareva essere cresciuto mentre Eomer diventava più piccolo; sul suo volto animato lampeggiò l’immagine della potenza e della maestà dei re di pietra. Per un attimo gli occhi di Legolas credettero di veder scintillare una fiamma bianca come una corona brillante sulla fronte di Aragorn. Eomer indietreggiò e sul suo viso vi era timore e venerazione. Abbassò gli occhi orgogliosi.
Ma sono due gli elementi determinanti che chiariscono decisamente questa figura: la discesa nel Regno dei morti e il potere del taumaturgo.
« Possono dunque i vivi percorrere quella via senza perire? Ed anche se riesci a passare, che potranno così pochi uomini contro le forze di Mordor?». «Nessun vivente ha mai percorso quella via dopo la venuta dei Rohirrim», disse Aragorn, «perché essa è chiusa ai vivi. Ma in quest’ora oscura l’erede d’Isildur può usarla, se osa. Ascoltate! Questo è il messaggio che i figli di Elrond mi hanno portato da parte del loro padre, il più saggio e colto in materia di saghe: Che Aragorn rimembri le parole del veggente, ed i Sentieri dei Morti». «E quali sono dunque le parole del veggente?», domandò Legolas. «Così parlò Malbeth il Veggente, ai tempi di Arvedui, ultimo re di Fornost», disse Aragorn:
«Vedo già sulla terra una lunga ombra,
Mutarsi ad occidente in buia tenebra.
Trema la Torre; e vicino è il destino
Alle tombe dei re. Sorgono i Morti,
E giunta è l’ora per i traditori:
Di nuovo, in piedi sulla Roccia d’Erech,
Udran sui colli lo squillar di un corno.
Chi suonerà? Chi, dalle grigie tenebre,
Quella perduta gente chiamerà?
L’erede di colui che allor tradirono
Verrà dal Nord, sospinto dal bisogno,
E varcherà il Cancello che separa
Le nostre vie dai Sentieri dei Morti».
«Oscuro sarà indubbiamente il sentiero», disse Gimli, «ma non certo più oscuro del significato di queste strofe».
«Se desideri comprenderle meglio, ti prego di accompagnarmi», disse Aragorn; «quella infatti è la via che percorrerò adesso. Ma non la prendo volontariamente, bensì spinto dalla necessità. Se mi accompagnate, la vostra dev’essere una libera scelta, perché incontrerete travagli e grandi paure e forse anche peggio».
«Io ti seguirò anche per i Sentieri dei Morti, a qualunque fine essi conducano», disse Gimli. «Verrò anch’io», disse Legolas, «non temo i Morti».
«Spero che la perduta gente non abbia perduto le armi», disse Gimli, «altrimenti non vedo perché dovremmo importunarli».
«Questo lo sapremo se mai giungeremo ad Erech», disse Aragorn. «Ma il giuramento che ruppero era proprio di lottare contro Sauron quindi se ora devono osservarlo saranno costretti a combattere. Pare che ad Erech si trovi ancora una pietra nera portata, dicono, da Isildur e proveniente da Nùmenor; fu deposta in cima ad un colle, e su di essa il Re delle Montagne giurò alleanza a Isildur agli albori del reame di Gondor. Ma quando Sauron tornò e la sua potenza crebbe nuovamente, Isildur chiese agli Uomini delle Montagne di mantenere la promessa, ed essi rifiutarono: avevano infatti ubbidito a Sauron durante gli Anni Oscuri.
«Allora Isildur disse al re: “Tu sarai l’ultimo re. E se l’Occidente risulterà più forte del tuo Nero Padrone, possa su te e sul tuo popolo cadere la mia maledizione: non conoscerete riposo finché non manterrete il vostro giuramento. Questa guerra durerà innumerevoli anni e voi sarete convocati ancora una volta prima della fine”.
Essi fuggirono innanzi alla collera d’Isildur e non osarono proseguire la guerra come alleati di Sauron; si nascosero in luoghi occulti nelle montagne e non trattarono più con altri Uomini, scomparendo lentamente nelle brulle colline. Ed il terrore dei Morti Senza Requie cova tutt’intorno al Colle di Erech e nei luoghi un tempo frequentati da quella gente. Ma quella è la via che devo percorrere, poiché non vi sono viventi che possano aiutarmi».
Si alzò. «Venite!», disse sguainando la spada che sfavillò nella luce crepuscolare del Torrione. «Alla Roccia di Erech! Cerco i sentieri dei Morti. Chi vuole mi segua!».
Aragorn scende nel Regno dei Morti per liberarli: essi, traditori dell’Alleanza stipulata con Isildur (il Padre) sono costretti ad una non-vita di sofferenza fintanto che l’erede di Isildur, Aragorn (il Figlio) non fosse sceso a riscattarli.
Aragorn non diventa Re quando viene proclamato tale a Gondor dopo la disfatta di Sauron, ma quando esce dal Regno dei Morti dove l’hanno riconosciuto tale. Aragorn per passare deve chiedere che gli vengano aperte le porte: il passaggio è molto breve e forse, è la versione cinematografica più del libro che richiama il versetto del salmo «Alzate porte i vostri frontali ed entri il re della gloria».
Altro elemento, come dicevamo, è il potere taumaturgo. Riportiamo un lungo passo tratto da Il ritorno del Re, Le case di Guarigione, molto eloquente.
«Un’altra cosa scarseggia: il tempo per le chiacchiere. Avete dell’athelas?». «Non lo so di certo, mio signore», ella rispose, «o comunque non conosco questo nome. Andrò a chiamare l’esperto in erbe: egli conosce tutti i vecchi nomi».
«La chiamano anche foglia di re», disse Aragorn; «e forse la conosci sotto questo nome, poiché ormai la gente delle campagne la chiama così». «Oh! quella!», disse Ioreth. «Se la vostra signoria me lo avesse detto subito avrei potuto rispondere. No, sono certa che non ne abbiamo. Non ho mai sentito dire che possedesse grandi virtù; anzi, quante volte ho detto alle mie sorelle, quando la trovavamo nei boschi: “Foglia di re, strano nome, chissà perché la chiamano così. Fossi io un re terrei in giardino piante più belle”. Ma quando si strofina fa un buon profumo dolce, vero? Ammesso che dolce sia la parola giusta: forse salubre è più adatto».
«Salubre in verità», disse Aragorn. «Ed ora, donna, se ami Sire Faramir, corri veloce come parli e vammi a prendere della foglia di re, anche se ce ne fosse un’unica foglia nella Città». «E altrimenti», disse Gandalf, «galopperò io sino al Lossarnach, portandomi dietro Ioreth che mi condurrà nei boschi, ma non dalle sorelle. E Ombromanto le mostrerà che cosa significa avere fretta».
Ioreth uscì, ed Aragorn pregò le altre donne di riscaldare dell’acqua. Poi prese la mano di Faramir nella sua, e gli posò l’altra sulla fronte. Era madida di sudore; Faramir non si mosse, né fece alcun segno, e pareva quasi non respirare. «Sta per spegnersi», disse Aragorn rivolto a Gandalf. «Ma non a causa della ferita. Vedi: quella sta guarendo. Se fosse stato colpito da un dardo del Nazgûl, come tu credevi, sarebbe morto la notte stessa. Questa ferita è dovuta a una freccia dei Sudroni, io direi. Chi strappò il dardo? Fu conservato?». «Lo strappai io», disse Imrahil, «e tamponai la ferita. Ma purtroppo non conservai la freccia, perché avevamo molto da fare. Ricordo che era un dardo simile a tutti gli altri adoperati dai Sudroni. Eppure pensai che provenisse dalle Ombre, perché non avrei saputo spiegare altrimenti la sua febbre e il suo male, non essendo la ferita né letale né profonda. Qual è dunque la tua diagnosi?».
«Stanchezza, dolore per lo stato d’animo del padre, una ferita, e soprattutto l’Alito Nero», disse Aragorn. «E’ uomo di forte volontà,
perché già si era trovato molto vicino all’Ombra prima ancora di partire per la guerra. L’oscurità dev’essere lentamente penetrata in lui, mentre combatteva, lottando per salvare il suo avamposto. Se fossi arrivato prima!».
In quel momento entrò l’esperto in erbe. «La vostra signoria ha chiesto della foglia di re, poiché tale è il nome che gli incolti danno a questa pianta», disse; «nella lingua nobile viene chiamata athelas, e coloro che comprendono qualche parola di Valinoreano…».
«Io lo parlo», disse Aragorn, «e non m’importa che tu la chiami asëa aranion o foglia di re, purché tu ne abbia».
«Chiedo perdono, sire!», disse l’uomo. «Vedo che sei colto ed erudito, e non soltanto un capitano di guerra. Ma purtroppo, sire, non teniamo questa cosa nelle Case di Guarigione, dove curiamo esclusivamente i malati o feriti gravi. Perché essa infatti non possiede alcuna virtù a noi nota, se non forse di addolcire un’aria malsana, o di allontanare una pesantezza passeggera. A meno, beninteso, che tu non dia retta a quelle vecchie strofe che donne come la nostra brava Ioreth ancor oggi ripetono senza afferrarne il significato.
Quando qui soffierà l’alito nero
E dell’ombra mortal verrà l’impero
E svanirà la luce e il sereno,
Allora athelas imploreremo!
Vita ad ogni morente
In mano al re sapiente!
Temo che sia solo una filastrocca, sorta nella fantasia delle vecchie comari. Lascio che tu stesso ne interpreti il significato, ammesso che ne abbia uno. Ma ci sono dei vecchi che la adoperano tuttora come un infuso contro il mal di testa».
«Allora, in nome del re, va’ a cercare qualche vecchio meno erudito ma più saggio che ne tenga in casa qualche foglia!», gridò Gandalf. Aragorn s’inginocchiò accanto a Faramir, tenendogli una mano sulla fronte. E coloro che l’osservavano sentirono che era in corso una grande lotta: il viso di Aragorn divenne grigio per la stanchezza. Di tanto in tanto chiamava Faramir per nome, ma ogni volta con voce più fioca, come se anche lui si stesse allontanando, e camminando in qualche oscura ed erma vallata invocasse il nome di qualcuno che si era smarrito. Finalmente arrivò correndo Bergil, e portava sei foglie avvolte in un panno. «Ecco della foglia di re, signore», disse; «ma temo che non sia fresca. Dev’essere stata raccolta almeno due settimane fa. Spero che possa servire, signore!». Poi, guardando Faramir, scoppiò in lacrime. Ma Aragorn sorrise. «Servirà», disse. «Il peggio ormai è passato. Non piangere e rincuorati!». Poi prese due foglie, le stese sulle palme delle mani e riscaldatele con l’alito le strofinò: immediatamente una sana freschezza empì la stanza, come se l’aria stessa si fosse destata, effervescente di gioia. Poi gettò le foglie nei bacini d’acqua calda che gli recarono, e tutti i cuori si alleggerirono. La fragranza che impregnava ogni cosa era simile al ricordo della rugiada in un mattino assolato e in una terra così splendida che la primavera del mondo non ne è che un’immagine effimera. Aragorn si levò in piedi come ristorato, ed i suoi occhi sorridevano mentre teneva un catino davanti al viso sognante di Faramir. «Ebbene! Chi l’avrebbe mai creduto?», disse Ioreth a una donna che le stava accanto. «Quell’erba è migliore di quanto non pensassi. Mi fa ricordare le rose d’Imloth Melui, quand’ero ancora una ragazza, e non vi era re che potesse pretendere fiore più bello». Ad un tratto Faramir si mosse, aprì gli occhi, e guardò Aragorn chino su di lui; i suoi occhi brillarono d’una luce di coscienza e di affetto ed egli parlò dolcemente. «Mio sire, mi hai chiamato. Sono venuto. Cosa comanda il re?».
«Non camminare più nelle ombre, svegliati!», disse Aragorn. «Sei molto stanco. Riposa adesso, e prendi del cibo, e sii pronto quando tornerò». «Lo sarò, mio signore», disse Faramir. «Chi potrebbe rimanere ozioso, ora che il re è tornato?».
«Addio, per ora!», disse Aragorn. «Devo recarmi da altri che mi attendono». E lasciò la stanza seguito da Gandalf e da Imrahil;
ma Beregond e suo figlio rimasero lì, incapaci di trattenere la loro gioia. Mentre seguiva Gandalf e chiudeva la porta alle proprie spalle, Pipino udì Ioreth che esclamava: «Re! Hai sentito che cos’ha detto? Che ti dicevo? Le mani di un guaritore, dicevo», E presto si sparse la voce che il re era davvero tornato fra loro, e che dopo la guerra portava la guarigione: la notizia corse per tutta la Città.
Aragorn compie qualcosa che mette insieme le immagini di guarigione e di esorcismo che i Vangeli raccontano parlando dell’operato di Gesù. Egli scende nell’oscurità di Faramir tendendoli la mano come Gesù si china per riafferrare Pietro incapace di camminare sulle acque, lo chiama per nome come Gesù chiama Lazzaro riportandolo alla vita. Lo guarisce, certo, con l’uso di un erba, ma è un erba che solo nelle sue mani può assolvere le sue funzioni e non toglie niente al potere personale del Re.
Il compimento delle figure antiche
Se l’intento professionale di Tolkien è recuperare una mitologia per l’Inghilterra, comincia con il crearne una per la Terra di Mezzo. Il Silmarillion è come l’Antico Testamento del Signore degli Anelli che è il Nuovo Testamento della Terra di Mezzo. Il Silmarillion è composto da testi con caratteri mitologici scritti come dai popoli di Arda per raccontare le loro origini, ma anche da canti e poesie (salmi) che sono spesso citati in LOTR.
Essi si dipingono come politeisti poiché creati da divinità che partecipano alla Creazione di Iluvatar. (Anche il primo Israele era politeista).
Per spiegare il rapporto tra Silmarillion e LOTR recuperiamo, ad esempio, la narrazione di Beren e Luthien.
Possiamo fare un parallelo con quanto accade per la profezia dell’Emmanuele di Isaia. Il figlio che deve venire è sia il figlio di Isaia stesso, che il figlio del re di Isaia, che Gesù che compie perfettamente la promessa e redime il popolo che ha tradito l’Alleanza con Dio. In ogni caso la profezia di Isaia esprime l’attesa, la speranza, prima per una propria discendenza, poi per la liberazione del popolo. Ma poiché la profezia di Isaia è Parola di Dio essa è sempre attuale ed efficace e dunque continua a compiersi nella storia fino e oltre il suo più alto vertice, che ne svela il significato più autentico in Gesù Cristo.
Così Tolkien scrive di Beren che salva il suo popolo (ma non per sempre), come Aragorn, invece lo libererà dal male definitivamente. Così Aragorn in LOTR compie perfettamente la storia di Beren che può essere vista come «profezia» e recupera l’alleanza con il suo sub-creatore, instaurando il regno eucatastrofico. La storia che scrive Tolkien riguarda Beren e Luthien prima, Aragorn e Arwen poi, ma è anche la sua personale storia con Edith, così come la profezia di Isaia pur arrivando lontano, rispondeva ad un’attesa contingente del profeta.
Allo stesso modo possiamo citare brevemente l’episodio di Lo Hobbit, quando Torin dice a Bilbo: «In te c’è più di quanto non appaia, figlio dell’Occidente cortese. Coraggio e saggezza, in giusta misura mischiati»: la stessa frase che Gandalf dirà a Frodo che indossava segretamente l’armatura che Torin regalò a Bilbo. Gandalf, che capisce che Frodo porta l’armatura attribuisce ad essa ciò che era stato detto da Torin a proposito di Bilbo.
Potrà sembrare che l’attribuzione ad un oggetto non sia molto dignitosa, ma bisogna entrare nella mentalità della Terra di Mezzo e capire che le armi sono un qualcosa di veramente venerabili e tutt’altro che inanimate, forgiate in tempi antichi da antenati verso i quali si dimostra costantemente una fortissima devozione.
Con queste citazioni che Tolkien inserisce nel Signore degli Anelli, egli da alle parole delle sue creature un sapore profetico, ampliando gli spazi del racconto e dando una profondità storica di un realismo stupefacente al suo mondo secondario. Riproduce inoltre, ma senza volerlo, la stessa retorica che troviamo nelle citazione che il Nuovo fa di quello Antico.
Ancora molto si potrebbe dire di Aragorn, che è il vero Re atteso da Gondor, che da compimento a quelle figure regali del passato che, se pure fossero riconosciute appartenenti alla dinastia messianica (si passi il termine improprio nella Terra di Mezzo), non erano ancora il Messia stesso. Aragorn, al contrario, lo sarà. Non ci dilunghiamo sul suo munus regale del quale s’ è già parlato, ma possiamo esplicitare che egli si inserisce fra gli eredi di Isildur e di Elendil come il Nazareno è acclamato Figlio di Davide, virgulto sul tronco di Iesse. Anch’egli, per altro, è chiamato, in elfico, proprio Elessar, la Gemma elfica.
Passione, morte e risurrezione
Il peccato originale della Terra di Mezzo
La presenza del male nel mondo secondario di Tolkien è presente fin dalla sua genesi. Come sappiamo dal Silmarillion è proprio durante la creazione stessa, tramite il canto di Iluvatar, che Melkor sorgerà con un tema proprio, volutamente in dissonanza con quello principale. Ma la musica di Melkor è poca cosa di fronte al Tema di Iluvatar. Egli ne rispetta il libero arbitrio e non elimina la dissonanza, ma la assume, la integra ed armonizza con la solenne struttura del Tema principale, riusandola per il Bene a favore dell’Opera. Questo ci dice che Melkor prima e Sauron poi, suo generale, sono creature che nel loro libero arbitrio si orientano al male.
L’Anello ed il suo potere sono infinitamente più piccoli del Bene, dell’Uno e dei suoi piani. L’Anello, realizzato da Sauron, è frutto dell’abuso delle attività creative e del libero arbitrio. E’ un’opera malvagia che esce dalla libertà di Sauron e si esercita nel dominio e nella superbia. Non è un principio del Male.
Non c’è nella Terra di Mezzo e in Arda una concezione manicheista della divinità, non ci sono due entità opposte, il Bene e il Male, ma la seconda è sempre subordinata e inferiore alla prima.
Scrive Gulisano:
Il Silmarillion è dunque l’opera di un uomo profondamente religioso, dove Dio è più esplicitamente presente che in ogni altro lavoro, come sono presenti, intimamente meditate, problematiche di tipo religioso. Non è un Dio palesemente cristiano, e Dio è un dio nascosto. Egli ha creato il mondo, lo ha riempito di creature e quindi è rimasto celato. Non c’è Rivelazione e questo determina nei racconti un’atmosfera di densa nostalgia. Dio non è adorato […] ma è ricercato, bramato con un sentimento struggente e malinconico. All’Origine tendono elfi e uomini […] Sul cammino di questa ricerca c’è – inesorabilmente – il male, ossia la menzogna, l’invidia, la divisione. Satana – colui che separa – è il tentatore nelle vesti di Melkor o di Sauron, suo servitore. Il problema dell’origine del male è sviluppato nella mitologia tolkeniana in un modo decisamente più vicino all’interpretazione cristiana che non al fatalismo dell’antico paganesimo. […] Melkor si ribella non appena viene a conoscenza del disegno di Ilùvatar di riempire la terra di creature quali gli elfi e gli uomini, così come Lucifero, secondo quanto scriveva san Bernardo di Chiaravalle, si oppose a Dio a motivo dell’Incarnazione, della discesa cioè di Dio nel mondo sotto forma umana per amore degli uomini stessi.
Così compare in Arda il male, ma che non è il Male da intendersi come una divinità pagana ostile. Anche se manca una Rivelazione che consenta ai suoi abitanti la comprensione di un dio unico, Arda ha di fatto, un solo Dio e la religione degli elfi è di fatto tutta monoteista. A questa si oppone l’idolatria di Melkor.
Nel Signore degli Anelli questa idolatria è rivolta a Sauron, emissario di Melkor, che agisce tramite la sola cosa che può dargli una consistenza fisica: l’Anello. Esso, dirà R., «E’ un espediente mitologico per rappresentare una verità: la potenza-potenzialità per essere esercitata e produrre risultati deve essere esteriorizzata e in questo modo esce dal diretto controllo della persona. I soggetti davanti a chi esercita il potere ne subiscono l’influenza, ma poi dipende da loro».
L’Anello è ciò che consente a Sauron di esercitare il suo potere e il suo dominio nel mondo. E’ un espediente mitologico, un gioco letterario per esprimere l’azione di colui che si fa antagonista di Dio.
Racchiudendo il potere di Sauron, ne contiene l’essenza stessa e dunque anche le sue facoltà. L’Anello ha infatti, una volontà sua propria: E’ lui a decidere a chi legarsi e quando cambiare Portatore, volontà rappresentata, nel mito, anche dalla sua variazione di grandezza e di peso.
Esso si presenta lusingando il nuovo portatore scelto, mette nel suo cuore una brama diversa da quella originale nostalgia per l’eterno.
Se esso sembra conferire maggiori poteri a chi lo porta, in realtà crea solo un’illusione di questo. L’anello usa le doti le portatore, le ingigantisce, ma non ne concede al portatore un reale utilizzo. L’Anello usa i punti di forza, positivi o negativi, del portatore per ribaltarli a suo favore e infine per dominare il portatore stesso.
Del resto, come ci dice la Poesia dell’Anello, esso nasce proprio per questo scopo, dominare:
Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende, Sette ai Principi dei Nani nelle lor rocche di pietra, Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende, Uno per l’Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra, Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende. Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli. Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra cupa scende.
L’Anello agisce come il serpente nell’Eden, come Satana nel deserto delle tentazioni di Gesù. Ma, per quanto forte il suo potere, esso non è invincibile. E’ possibile resistergli: notissima è la scena dello Specchio di Galadriel, dove l’elfa, sottoposta ad un ultima prova, rinunciando all’Anello che le viene offerto, pone fine al suo esilio.
«Ed ora infine giunge a me. Tu mi daresti l’Anello di tua iniziativa! Al posto dell’Oscuro Signore vuoi mettere una Regina. Ed io non sarò oscura, ma bella e terribile come la Mattina e la Notte! Splendida come il Mare ed il Sole e la Neve sulla Montagne! Temuta come i Fulmini e la Tempesta! Più forte delle fondamenta della terra. Tutti mi ameranno, disperandosi!».
Levò in alto una mano, e l’anello che portava irradiò una gran luce che illuminava solo lei, lasciando tutto il resto al buio. In piedi innanzi a Frodo pareva adesso immensamente alta, e il fascino della sua bellezza era insostenibile. Ma poi lasciò ricadere il braccio, e la luce scomparve, e improvvisamente rise, e si rimpicciolì: tornò ad essere un’esile donna elfica, vestita di semplice bianco, dalla dolce voce morbida e triste. «Ho superato la prova», disse. «Perderò i miei poteri, e me ne andrò all’Ovest, e rimarrò Galadriel».34
Forse ancor più forte, nella sua semplicità, è l’esempio di Bilbo, che dopo aver tenuto l’Anello tanto tempo è il solo ad essersene liberato in modo non cruento. Vi è riuscito in virtù del gesto di pietà avuto verso Gollum all’inizio della sua storia. Se l’avesse ucciso l’Anello l’avrebbe sopraffatto. Per quanto terribile sia il suo potere, esso non può vincere i doni ricevuti da Dio, non può vincere sulla libertà.
Via Crucis
Nelle profondità delle Miniere di Moria, la Terza Era della Terra di Mezzo conosce il primo di una serie di eventi del tutto particolari che ne segneranno il cammino. Potremmo dire, una serie di inaspettate eucatastrofi, o anche delle epifanie, preludi del grande finale.
In modo del tutto inaspettato, se non per un’intuizione dello stesso, Gandalf cade. Questo non è solo l’inizio della sua passione, ma lo è per tutti gli abitanti della Terra. Lo stesso prezzo da pagare, infatti, è chiesto a tutti i personaggi principali della nostra storia, ubbidendo a quelle parole che nel Mondo Secondario di Arda non potranno mai essere pronunciate ma che pure riecheggeranno per tutta Rohan e Gondor fino anche a Mordor: impossibile, infatti, e non sentir risuonare il monito evangelico «chi vuole salvare la propria vita la perderà» e «chi vuol seguire me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Ciò che Tolkien definirebbe un’eco evangelium. D’ora in avanti, tutti saranno chiamati a farsi carico del proprio fardello, che nel nostro mondo primario chiameremmo croce, e a seguirne le orme, di Gandalf là, di Gesù qui.
Gandalf, dicevamo, è il primo a cadere. Lo fa in modo tale da percorrere di pari passo la via intrapresa da Gesù: percorrendo altre strade prima di quella inevitabile, fino a che non fosse giunta l’«ora», approfittando, nell’«attesa», del tempo concessogli, per istruire chi gli è affidato, indicare la strada giusta, incoraggiare e scrutare i segni dei tempi. Poi all’avvicinarsi del momento, come in un personale Getsemani, solo, vive il momento della scelta. Egli è sempre libero di scegliere. Ma va incontro a ciò che sa essere l’unica possibilità di salvare il resto della Compagnia e di liberarli dalle reti dell’oscurità di Kazad-dum. Sul ponte sospeso nel buio affronta il Balrog e lo batte una prima volta. Ma un colpo di coda gli fa capire che non è ancora finita. Gandalf, tuttavia, non è fatto precipitare dal Balrog nell’oscurità e nell’abisso della morte: può ancora scegliere e si abbandona liberamente alle profondità della terra, pronunciando, in un urlo soffocato il celebre «Fuggite, sciocchi». Gandalf sconfigge definitivamente il Balrog, ma lo fa a costo della sua vita. Egli muore, ma Ilùvatar stesso decide che serve ancora la sua presenza nel mondo. Nella foresta di Fangorn riapparirà ad Aragorn, Legolas e Gimli come uno sfuggente Cristo risuscitato: avvolto in vesti sfolgoranti, egli non cela più la sua natura sotto le spoglie del grigio stregone e tuttavia non parla chiaramente di sé ed impiega del tempo a riconoscersi ancora in Gandalf, come se ormai non appartenesse più al tempo delle creature mortali.
Dopo di lui, ne abbiamo già parlato, sarà la volta di Aragorn. Sarebbe stato troppo dozzinale costringere tutti ad una morte palese e reale, ma Aragorn scende in quello che è il Regno dei Morti. Regno dal quale «nessuno che vi sia avventurato ha mai fatto ritorno». Ne esce lui, invece, come un Cristo Re, anch’egli abbandonando le vesti del Ramingo per impugnare lo stendardo dei Re di Gondor, l’«Albero Bianco». La sua è stata una morte altrettanto efficace.
E non sono equiparabili ad un ritorno dai morti la liberazione di Theoden dal dominio di Saruman, o il risveglio degli Ent? E non saranno resurrezioni quella di Faramir e di Eowin per mano di Aragorn una volta che divenuto Re potrà usare pienamente il suo potere taumaturgico che prima non superava quello di Elrond?
Poi ci sono Frodo e Sam. La strada che porta Frodo nel cuore del Monte Fato è come una via crucis. Egli è l’eroe cristiano per eccellenza, così come Tolkien lo concepisce, di un eroismo fatto di obbedienza e amore.
Gli hobbit portano a termine la Cerca della rinuncia e del fallimento nell’offerta delle loro vite. Alla fine Frodo avrà un’esitazione che sarà fatale: troppo a lungo a portato l’anello e non può più liberarsene. E’ la divina provvidenza a volgere tutto al bene elargendo grazia là dove il peccato abbonda: come fece Ilùvatar all’inizio dei tempi assumendo nella melodia originale quella dissonante di Melkor, Gollum, completamente corrotto dall’Anello entra in modo determinante nella storia della Salvezza divenendo elemento risolutivo. Questo ci dice anche che la salvezza non è ottenuta come conquista ma come dono.
Frodo, tuttavia è e rimane l’eroe anti-eroe della saga, ma non da solo. Lui e Sam diventano insieme l’Eroe.
Sam gioca il ruolo del vero servo, servo della Cerca, servo di padron Frodo. Diventa portatore dell’Anello libero da ogni forma di possesso, con libertà e discernimento, in risposta ad una chiamata. «Che cosa devo fare?» si chiederà nel momento cruciale in cui, credendo Frodo morto, deve decidere del destino dell’Anello: gli torneranno allora alla mente discussioni avute con Frodo, si ricorderà del suo «Devo andare avanti fino in fondo, non so se mi spiego, signore».
E’ pronto a prendersi il peso dell’Anello, non per se stesso, ma per il vero portatore, Frodo, per il quale ha già dimostrato di saper dare la vita, separandosi dal Pan di via.
Nonostante ciò subisce subito fortissima l’influenza dell’Anello:
Ed egli vide Samvise il Forte, Eroe dell’Era, avanzare con una spada di fuoco attraverso il cupo territorio, mentre eserciti accorrevano al suo richiamo e marciavano a distruggere Barad-dûr. Allora le nubi si squarciarono e il sole tornò a brillare; ai suoi ordini, la valle di Gorgoroth divenne un giardino in fiore ove gli alberi portavano frutta. Doveva soltanto infilare l’Anello e arrogarselo, e tutto ciò sarebbe stato possibile. In quell’ora di tentazione fu soprattutto l’amore per il padrone che l’aiutò a tener saldo; e poi, in fondo alla sua anima, viveva ancora indomito il buonsenso hobbit, ed egli sapeva in fin dei conti di non essere abbastanza grande per poter portare un simile fardello, anche se le visioni non fossero state esclusivamente ingannevoli illusioni. Il piccolo giardino di un libero giardiniere era tutto ciò di cui aveva bisogno, e non un giardino ingigantito alle dimensioni di un reame; aveva bisogno di adoperare le proprie mani, e non di comandare le mani altrui.35
Non solo l’eroe di Tolkien non è completo da solo ma è integrato dall’amico fidato, senza il sacrificio del quale non sarebbe arrivato nemmeno a varcare i confini di Mordor, ma è necessario anche un altro intervento: quello della Grazia, del Vento.
Il Vento rappresenta l’intervento divino, è il segno della provvidenza che agisce. Esso rappresenta il tema dell’armonia di Iluvatar, capace di diradare le tenebre contro il quale poca cosa è la malvagità di Sauron. L’azione del Vento è suscitata dalla pietà per Gollum che, come Bilbo, Frodo ha usato verso di lui. Frodo ha usato ogni briciola della sua volontà e forza. A quel punto prende il sopravvento un’altra forza, un altro potere: quello dello Scrittore della Storia, l’Unico sempre presente, mai assente e mai nominato.
Il Vento colma l’impossibilità di Frodo e compie ciò che deve essere conseguito.
Questo tipo di lettura del Signore degli Anelli ci consente di dire che se non esiste un Dio che si è rivelato, non esiste un Dio fatto carne, e non è possibile identificare una figura del Salvatore, così come la conosciamo nel mondo primario, è tuttavia possibile affermare che nel mondo secondario di Tolkien la salvezza viene per quel Cristo che si ottiene sommando le caratteristiche dei suoi personaggi principali. La figura del Cristo è dunque data come corale, costituita da più persone che insieme costituiscono quell’unico che non è altrimenti presente.
Questo non significa tornare ad un compimento della Cerca grazie ai soli sforzi umani. Questo porterebbe ad un definitivo fallimento. Tanto l’umile Sam, quanto il valoroso Aragorn, sono tali in virtù di Gesù Cristo, la cui gloria non si accontenta di riempire il mondo della realtà ma arriva a colmare anche quelli della fantasia.
Essi sono i tanti colori prodotti da un’unica luce bianca scomposta da un cristallo.
«Lo guardai, e vidi che le sue vesti non erano bianche come mi era parso, bensì tessute di tutti i colori, che quando si muoveva, scintillavano e cambiavano tinta, abbagliando quasi la vista. “Preferivo il bianco”, dissi. “Bianco!”, sogghignò. “Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta”. “Nel qual caso non sarà più bianca”, dissi. “E colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza” […]».
L’unità dei colori è imprescindibile; per avere il bianco che «preferiamo» è necessario che i colori non siano separati. Da questa discussione fra Gandalf e Saruman, scopriamo la chiave di lettura per capire l’opera di Tolkien.
Conclusioni
Dovessimo dare un’immagine per descrivere l’idea generale che abbiamo della narrazione della storia delle tre Ere di Arda e della Terra di Mezzo sarebbe quella di una spugna intrisa d’acqua: quando la si spreme, da tutti i suoi pori, esce l’acqua di cui era intrisa. Nel nostro caso quest’acqua è fede dello scrittore.
In particolare, ci siamo lasciati affascinare dall’idea di un Cristo presente, ma, potremmo dire, già risorto e visibile non fisicamente ma misticamente in un corpo costituito da molte membra. Ogni persona che contribuisce alla Causa fa parte della Compagnia in senso lato, e dunque di quella che, con un parallelo improprio, è la Chiesa, quell’unico corpo mistico, che per altro, sarà nutrito dal Pan di Via.
L’abbiamo definito corale in questo senso: ognuno rivela, ora in modo più evidente, ora meno, un aspetto, un valore proprio della fede cristiana e di Cristo.
Sappiamo, dai tanti inediti, quanto più vasta sia l’Arda di Tolkien rispetto a quella che ci viene presentata ufficialmente, di quanto più profonda e ricca di particolari essa è creata nella mente del suo sub-creatore. Questo universo, realmente esistente nella fantasia del professor Tolkien non lascia nulla d’indefinito e d’incoerente. La lingua dei popoli, vera origine di tutto, che non può prescindere dalla cultura del popolo in cui si sviluppa, dunque anch’essa altrettanto elaborata, la religiosità che pure non compare mai negli scritti ufficiali, la storia, le tantissime note di folklore, gli abiti, le canzoni e poesie, le infinite genealogie non solo dei re o dei nobili ma di tutti i personaggi principali, tutto ci dice che Tolkien davvero ha creato un mondo – o meglio subcreato – e l’ha poi salvato dal male che lo aveva corrotto.
La storia della Terra di Mezzo non è un’allegoria del nostro mondo e nessun intento di spiegare la religione cristiana o il suo credo anima Tolkien, a differenza, per esempio, delle opere dell’amico Lewis.
Tuttavia, è indubbia la possibilità, e lo stesso autore lo concede, di interpretare le immagini che Tolkien ci offre con un profondo e sincero senso religioso. Questo ci permette anche di dire che R., se era un conservatore, era anche il più innovativo dei conservatori, dipingendo una visione della vita e della chiesa, a tratti ben più simile a quella che recepiremo dal Vaticano II che non a quella che lo scrittore conosceva.
Come dicevamo, questo lavoro ci ha permesso di capire Tolkien e di imparare qualcosa dalle sue opere, per poi fare buon uso nella vita. Abbiamo compreso meglio come tutti partecipiamo al mistero di Cristo e alla storia della Salvezza. Abbiamo compreso che ognuno ha i propri talenti e che tutti sono ugualmente preziosi e degni di essere messi a servizio della Chiesa. Abbiamo compreso come la misericordia e la grazia di Dio siano più grandi dei nostri difetti e superino ogni nostro errore. Come è avvenuto per Gollum che, perduto, Dio non si è sdegnato di usarlo come mezzo per superare le debolezze di Frodo dopo che egli aveva fatto ricorso a tutto se stesso per raggiungere il fine prestabilito e senza negare mai la libertà di entrambi.
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Bibliografia
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